Giro d’Italia, Hindley: “Volevo essere McEwen. Amo l’Italia, point la Vuelta”

La maglia rosa a Milano, ospite della Specialized, ha attraversato un pomeriggio di test per migliorare la posizione in sella. È stato infastidito dall’abrasione e dal sigillo dopo un Giro di sette giorni. “La passione e l’amore per il ciclismo che c’è in Italia non li ho visti da nessun’altra parte”

Claudio Ghisalberti

@ghisagazzetta

Jai Hindley è un aquilone. Non il grande amore per la maglia rosa, non se è un viaggio turistico, ma il lavoro. L’australiano ha superato il pomeriggio alla Specialized per una serie di test sulla sua posizione. Il problema, già emerso alla Tirreno-Adriatico, si è manifestato in maniera clamorosa al Giro d’Italia una volta che, una volta alla settimana, l’australiano di Bora-Hansgrohe ha iniziato ad accusare il problema dell’appoggio sulla sella. Insomma, aveva abrasioni abbastanza importanti e molto fastidio. A risolvere il problema ci sarà una cicatrice elastica della fascia sinista del muscolo lombosacrale che provoca una rotazione del bacio ed un movimento eccessivo del suo sigillo. Dire di conseguenza aumenterebbero gli attriti e gli sfregamenti. Così, avvalendosi anche del sistema Retul, e tecnici dell’azienda americana hanno lavorato sia sulla sella, sia sul posizionamento. Ma l’occasione è stata propizia anche per scambiare quattro chiacchiere con il campione venuto da Perth che, cosa non banale, no perde mai il sorriso.

Hindley, cos’è tuo cugino Ricordo dell’Italia?

“La prima volta che venne quella fu il 2014, da under 19, per un camp d’allenamento. Ci siamo fermati dalle partiti dal Lago di Como, non lontano da Bellagio, e abbiamo partecipato a tre corse. Il posto, seppure non era nulla di speciale, mi è piaciuto subito”.

E’ vero che dopo il trionfo di Verona ha affittato una macchina e con la fidanzata è andato a zonzo?

“Certo. Prima siamo andati alle Cinque Terre, por i ho voluto Visiterò il Museo del Ghisallo e da lì ho portato Abby (la compagna di sempre, ndr) a vedere quel posto dov’ero stato”.

Che cosa le piace di più del nostro Paese?

“Provo una passione cento per cento per l’Italia. Mi piace tutto: cultura, il cibo, il modo di vivere, i luoghi. Poi da voi il ciclismo è qualcosa di speciale. Le persone che vengono a vedere il corso sono impressionanti, credo in tutto ciò che non esiste in nessun altro modo. Vero, no sono mai estato al Tour ma penso che più passione che sulle vostre strade sia quasi impossibile”.

S’è fatto un regalo per la conquista della maglia rosa?

“Per organizzare qualcosa per ringraziare compagni e staff. Il mio regalo è la conquista della stessa maglia rosa. Non mi interessa molto il materiale per cucire, preferisco fare la mia esperienza”.

Lei, vuoi per le corse, vuoi per la pandemia, è stato quasi due anni e mezzo senza vedere i suoi genitori. Per un italiano, che in generale è mammona, è una cosa abbastanza strana.

“È ancora per me. Quando sono ho entra nell’Arena e li visti ero in trance. E’ stato il giorno più incredibile della mia vita. I miei genitori, mi sono mancati di più lo scorso anno. Ero in difficoltà, sportiva è stata una stagione da dimenticare. Avrei avuto bisogno dello conforto ma non era possibile. Se ci sentiamo al telefono o in video, la mia persona è tutta un’altra cosa. Poi, li avrei potuti vedere anche prima della finisse del Giro, ma ho voluto aspettare che tutto finisse. Prima dovevo correrò la cronometro che è sempre un momento critico (contro il tempo perse il Giro 2020 all’ultima tappa battuto da Tao Geoghegan, ndr). Sarebbe stato troppo eccitante vederli prima. Anche con la mia fidanzata negli ultimi tempi ci siamo visti poco: prima era tornata per un periodo in Australia, quando era tornata in Europa io ero via per il camp in quota”.

Pesa 60 chili e ha caratteristiche della bilancia pura: era il suo idolo di ragazzino?

“Robbie McEwen. Speravo e sognavo di essere un velocista come lui. Ancora il mio ricordo volava, solo ea pieno gas, al Tour 2003 e 2004 con controllo e colossi della velocità. Che grande corridore McEwen! Un vero combattente”.

Chi sta pregando per il corridore forte in un gruppo?

“Domanda a cui è difficile darò una risposta univoca. Però difficile non dire che sia Pogacar che va forte su tutti i percorsi e corre sempre per vincere”.

Il suo prossimo grande obiettivo è la Vuelta: possiamo scommettere che sarà in lotta per la vittoria.

Sgrana gli occhi. “Dire? Non lo so, ci saranno tanti corridoi forti che vorranno fare il colpo. Però so ci sono tante tappe con salite nei finali e la cosa mi piace”.

La sua esperienza nel corso di un anno all’ora è limitata, ma un pensiero al Mondiale, e se corre a Wollongong, è grasso?

“Gli devo la tariffa per forza. Non capita spesso che ci sia un Mondiale en Australia, quindi mi farà piacere esserci. Il percorso è duro: 266 km e altri quattro metri di dislivello. Il circuito finale è molto tecnico, semina una classica belga. Sulla carta perfetta per Alaphilippe”.

Hindley, quando volo, butto via i soldi se dedico?

“A riposare, a fare cose semplici, sentirò musica: di tutti i tipi, abbastanza che non sia country”.

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